Diritto all’oblio e rimozione da Google: alcune riflessioni

Il concetto di “diritto all’oblio“, dopo la sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, è diventato una realtà, e Google sta già provvedendo a rispondere alle prime richieste di rimozione.

 

Diritto all'oblio - Cancellazione dai risultati

Diritto all’oblio – Cancellazione dai risultati

Diritto all’oblio: le origini

Che succede se un avvocato spagnolo cerca il proprio nome e cognome su Google e trova una nota legale del 1998, pubblicata sul quotidiano La Vanguardia, che elenca i suoi debiti dell’epoca?

E’ semplice intuire che cita in giudizio Google; al contrario, è meno semplice prevedere il risultato del procedimento. Vince la causa con una sentenza del 13 maggio della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, la quale stabilisce che gli utenti hanno il diritto di “essere dimenticati” sul web, potendo richiedere ai motori di ricerca la rimozione dei risultati “inadeguati“.

La risposta del colosso di Mountain View a tale sentenza,  è stata la creazione di una procedura (un form) ad hoc per i cittadini europei per richiedere la cancellazione di pagine “scomode” o “ingiuste che li riguardano dai risultati delle ricerche.
Secondo i giudici della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, infatti, Google non processa solo i dati, ma, nel farlo, li controlla.

Dopo la pubblicazione del sistema, sono giunte circa 12 mila richieste da tutta Europa in un giorno.

 

[Tweet “#dirittoalloblio – Secondo la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, #Google non processa solo i dati, ma li controlla”]

 

Se Google ha la pretesa di essere un “motore di risposte“, oltre che un motore di ricerca, deve essere in grado di fornire delle risposte concrete e precise agli utenti e deve avere anche la responsabilità di verificare tali risposte!

Ricordo, a proposito di responsabilità dei dati, il clamoroso esempio del risultato fornito per la domanda “quanto è alto un nano?“..

Google: quanto è alto un nano (Silvio Berlusconi)?

Google: quanto è alto un nano (Silvio Berlusconi)?

La risposta, che ora è stata eliminata, era “1,63 metri“, in riferimento all’altezza di Silvio Berlusconi.

 

[Tweet “Quanto è alto un nano?”]

 

Concludo il concetto con due spunti di riflessione.

  1. Google, soprattutto negli ultimi anni, si è dimostrato, in diversi settori, troppo lento ed impreciso nel rispondere alle domande degli utenti e dei webmaster. Spesso, addirittura non risponde, in particolare per le richieste formulate in lingue diverse dall’inglese. Questo gli sta creando, e gli creerà in maniera sempre crescente, non pochi problemi. Probabilmente dovrebbero creare dei “centri assistenza” diversificati per settore.
  2. Molti giornali online, che sfruttano le notizie di cronaca per colpire il pubblico ed accrescere il numero di click sul loro portale, raramente si preoccupano di tenere aggiornati gli articoli in caso vi siano ulteriori vicende che li riguardano. Questo genera, ad esempio, dei casi come il seguente: una persona indagata viene “massacrata” dalla stampa online (come spessissimo accade in Italia); il processo la dichiara “innocente“, quindi vince la causa; a questo punto, sarebbe dovere morale dei giornalisti, quello di riprendere i post scritti precedentemente, andando a concludere la cronaca della vicenda.

    Si, perché il web non è la carta stampata: i meccanismi sono diversi!

 

Come avviene la richiesta di rimozione e cosa può essere eliminato?

Diritto all'oblio: rimozione dei dati personali dai risultati di Google

Diritto all’oblio: come avviene la rimozione dei dati?

E’ chiaro che, attraverso l’interfaccia che Google mette a disposizione (clicca qui per visualizzarla), non possiamo richiedere la rimozione di qualunque tipo di risultato. Il form, infatti, è molto specifico: si può effettuare una richiesta esclusivamente per ricerche con nome e cognome e che producano risultati:

  • inadeguati;
  • irrilevanti o non più rilevanti;
  • eccessivi, in relazione agli scopi per cui sono stati pubblicati.

Testualmente, dalle note del form:

Spiegare il motivo per cui l’URL nei risultati di ricerca è irrilevante, obsoleto o comunque inappropriato.

Se si desidera, invece, eliminare dei risultati non legati al nome e al cognome, rimane comunque attivo il “vecchio” sistema, il quale prevede una mole burocrazia più elevata e, conseguentemente, dei tempi di lavorazione molto più lunghi (clicca qui per visualizzare la guida di Google su questo argomento).
Probabilmente bisognerebbe trovare una via di mezzo..

 

[Tweet “#dirittoalloblio – Come avviene la richiesta di rimozione e cosa può essere eliminato?”]

 

Come visto precedentemente, Google tende a proporsi sempre di più come motore di risposta, e quindi la prima pagina, in alcuni casi, si presenta come un prodotto editoriale che cerca di fornire, appunto, la risposta prima della lista dei risultati.
Come esempio, ripropongo il post su Google Plus di Enrico Altavilla in cui si può vederne un chiaro esempio.

Proprio per questo motivo è importante che le informazioni siano verificate con cura.

 

Il paradosso

Alcuni giornali online alla ricerca di click, hanno dato molta importanza alla notizia relativa alla sentenza, dedicandole spazi in posizioni di primo piano. Il caso lampante, che uso per arrivare al paradosso, è quello di La Repubblica che sceglie la linea di andare contro Google addirittura accompagnando un post in homepage con un tweet contenente l’hashtag #queidatisonomiei.

Diritto all'oblio: il tweet di La Repubblica (#queidatisonomiei)

Diritto all’oblio: il tweet di La Repubblica (#queidatisonomiei)

Dov’è il paradosso? Google non è il titolare di quei dati, ma lo sono, ad esempio, i giornali stessi.
Quindi, supponiamo che La Repubblica scriva un articolo inadeguato che mi riguarda, e questo venga indicizzato da Google. Supponiamo che io richieda ed ottenga la rimozione di quel post dai risultati che contengono il mio nome e cognome.. cosa accade?
Accade che Google elimina ogni riferimento, ma su La Repubblica rimane, sia nello “stream” dei post, sia all’interno del motore di ricerca interno.

Andando leggermente OT (Off-topic ), inoltre, diciamo che l’hashtag è doppiamente fuori luogo in quanto la sentenza non è rivolta in senso stretto ai dati, e non c’è stato alcun “furto” di dati, o dati “da rivendicare“.
La rete, infatti, ha restituito poche decine di tweet contenenti tale hashtag.

[Tweet “#dirittoalloblio – #Google non è il titolare dei dati… ma chi lo è?”]

 

Conclusioni

Diritto all'oblio - Luciano Floridi

Diritto all’oblio – Luciano Floridi

La sentenza si riferiva a Google nello specifico, ma si estenderà presto a tutti i motori di ricerca.

Google ha formato un team di 7 persone per trattare l’argomento trovando il giusto approccio alla problematica. Tra i membri della squadra, oltre al fondatore di Wikipedia Jimmy Wales, e il relatore speciale per i Diritti umani dell’Onu, Frank La Rue, troviamo un filosofo italiano: Luciano Floridi, docente di logica ed epistemologia all’Università di Oxford e all’Università degli Studi di Bari.
Intervistato da Wired (il post: “Diritto all’oblio, serve un cambiamento radicale di prospettiva“), spiega l’obiettivo del team  ed espone il suo punto di vista come segue:

Ma se è giusto cancellare una memoria che porta a dolori, come si fa nell’era di Internet? È questo il problema. Perché non è più una questione di metterci d’accordo tra pochi soggetti coinvolti per eliminare i contenuti che conveniamo vadano eliminati. Il punto, secondo me, è che bisogna poter archiviare la memoria.

Diritto all'oblio: un'arma in più per chi si occupa di brand reputation

Diritto all’oblio e brand reputation

Secondo Floridi, quindi, la memoria non va cancellata, ma archiviata; per le informazioni, non deve essere disponibile l’accesso, ma deve esistere un metodo per accedervi.
C’è una enorme differenza tra eliminare ed archiviare!

Grazie a questi nuovi concetti generati dalla sentenza, di certo, le agenzie ed i professionisti che si occupando di “brand reputation” avranno un’arma in più.

In che modo Google indica che nella SERP che stiamo visualizzando alcuni risultati sono stati rimossi? Attraverso la seguente dicitura:

Alcuni risultati possono essere stati rimossi nell’ambito della normativa europea sulla protezione dei dati.

 

Concludo con una battuta divertente degli utenti di Spinoza.it:

Google introduce il diritto all’oblio. Basta iscriversi a Google Plus.

 

[Tweet “#Google introduce il #dirittoalloblio. Basta iscriversi a #GooglePlus.”]

 

Fonti

Il post è basato su tre puntate di Fast Forward di Giorgio Taverniti che ripropongo in seguito.

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